IL RAPPORTO TRA POLITICA E CULTURA MUSICALE di Antonio Giacometti

Concerto della Banda Comunale in Piazza Grande.Dall’osservatorio delle mie responsabilità istituzionali in questa città, come direttore dell’Istituto Superiore di Studi Musicali “Vecchi-Tonelli” di Modena e Carpi, il rapporto fra politica e cultura musicale si mostra in tutta la sua attuale drammaticità, e non solo considerando un po’ egoisticamente i tagli continui che in tempi di crisi economica lo Stato e gli Enti locali stanno operando nei confronti delle realtà musicali didattiche e produttive presenti sul territorio, che rendono vieppiù difficile (o impossibile) la vita a Conservatori, Teatri e Associazioni musicali, ma anche guardando un po’ più lontano nel tempo e accorgendosi che una vera “politica per la musica” (e forse per l’espressione artistica in generale) nel nostro Paese non è di fatto mai stata nemmeno pensata.

Da quello stesso osservatorio, però, devo anche ammettere, un po’ a malincuore, che neppure le realtà che si occupano di musica sul territorio propongono spesso progetti di “sinergia culturale”, secondo un termine tanto abusato quanto disatteso in un ambiente, quello appunto della didattica e della produzione musicale, che preferisce di gran lunga coltivare il proprio orto o i propri ettari di terreno, secondo i casi.

Si tratta quindi, e a mio avviso prioritariamente, di prendere atto da una parte di una politica incapace nel tempo di cogliere le potenzialità educative dei linguaggi artistici ed in generale ancorata ad una visione che vede la cultura come qualcosa che “non si mangia” e di conseguenza qualsiasi investimento su di essa una sorta di sottrazione di denaro a problemi sociali più stringenti, dall’altra di stimolare continuamente la politica e l’amministrazione pubblica ad occuparsi di cultura, proponendo progetti unitari, che minimizzino la dispersione di risorse, finalizzandole al sostegno d’iniziative di educazione e di formazione artistica e culturale della cittadinanza e che rendano chiaro il senso dell’investimento culturale, soprattutto quando si tratta di Enti locali, Comuni, (ex?) Provincie o Regioni che siano.

Va infatti superata l’immagine di una cultura e di un’arte interamente dedite a se stesse, alla celebrazione dei loro idoli più o meno passeggeri, alla ricerca autoriflessiva e all’esibizione spettacolare, per poter concretamente dimostrare quanto proprio questi aspetti produttivi ed apparentemente esteriori, qualora incanalati in progetti didattici mirati e coinvolgenti, possano invece risultare fondamentali alla formazione di una gioventù più autenticamente libera e dotata di senso critico ed estetico.

Occupandomi da un trentennio di creatività musicale e di gruppi di musica d’insieme infantili e adolescenziali, non posso infatti che auspicare una particolare attenzione da parte di tutti alla crescita culturale proprio di quelle fasce d’età, che oggi risentono più di altre della mancanza di occasioni reali per capire i linguaggi artistici e di sapere con essi costruire qualcosa di originalmente personale. In ciò le realtà culturali dei singoli territori e la politica preposta a sostenerne le iniziative hanno grandi responsabilità.

Non basta che i Ministri di turno proclamino a parole l’innalzamento del livello di considerazione della Scuola verso i cosiddetti linguaggi non verbali, perché se i nostri ragazzi impareranno nel chiuso delle aule scolastiche concetti e nozioni che poi non potranno né riutilizzare nella quotidianità del vivere il loro territorio, né approfondire in contesti educativi più specialistici, tutto cadrà nell’oblio del tempo che passa, esattamente come accade per qualsiasi disciplina, magari motivante o addirittura entusiasmante, appresa a scuola e presto dimenticata in quanto mai più coltivata.

L’Istituto “Vecchi-Tonelli” si è sforzato, e continua a sforzarsi in tal senso con maggiore energia e coinvolgimento dei docenti, di creare per i propri allievi occasioni di mettersi alla prova, di aggiornarsi, di crescere, come strumentisti, cantanti e compositori, nei più vari contesti territoriali, aprendosi alle più varie realtà di produzione e diffusione della cultura musicale. Il problema è che si tratta sempre d’iniziative locali ed occasionali, legate più alla buona volontà dei singoli di conoscersi e di collaborare che ad un vero e proprio sistema (oggi si direbbe una “rete”), finanziato dallo Stato e dagli Enti Locali in modo da potersi compitamente realizzare.

La consuetudine inveterata di distribuire denaro (poco) a tutti coloro che propongono qualcosa, senza valutare la qualità formativa della proposta e verificarne ex ante la possibilità di connettersi con altre iniziative analoghe o complementari diventa uno spreco di risorse e fallisce spesso sia il target dell’alta partecipazione che quello dello spessore educativo. Fare sistema significa innanzitutto individuare insieme le esigenze e le aspettative, in questo caso fruitive in senso specifico (lo spettacolo, il concerto, l’opera lirica) e più latamente formative, come il sostegno sistematico ai vari ordini di scuola attraverso corsi, laboratori, concerti guidati e quanto di altro è già stato ampiamente sperimentato, per non parlare delle realtà professionalizzanti della musica, del teatro e della danza, e poi attualizzare queste esigenze in attività progettate e realizzate in comune, meglio se con taglio multi e pluri-disciplinare, spendendosi in campagne informative ‘a tappeto’, capaci d’invogliare la più ampia partecipazione dei cittadini.

Questo permetterebbe di dare lavoro e nel contempo di formare un buon numero di giovani artisti, che potrebbero così uscire dall’isolamento dell’accademia e di certe visioni un po’ solipsistiche dell’arte e provarsi nel concreto dei rapporti con il potenziale “pubblico” e la potenziale “committenza”, mettendo a disposizione dei progetti formativi idee fresche ed inclini a rischiare in avanti piuttosto che difendere le posizioni di retroguardia acquisite.

Ciò è quanto, oggi come oggi, in tempi di crisi economica, la politica può e deve fare a favore della cultura e dell’arte in generale e della musica in particolare, consegnando ad una storia sbagliata le vecchie consuetudini di ascoltare le soffiate nelle orecchie degli amici degli amici e di accontentare presunti bacini elettorali, iniziando ad investire davvero e obbligando enti pubblici e privati di consolidata esperienza a collaborare per progetti mirati di ampio respiro sia nel tempo che nell’offerta educativa e a dismettere a loro volta la malsana abitudine di costruire spettacoli e manifestazioni sulla logica del do ut des, in cambio di una contribuzione più compatta e cospicua.

Se diamo ormai per scontato il ruolo formativo dell’arte, è ora che si cominci a fare qualcosa di concreto perché questo ruolo possa essere giocato nel miglior modo possibile.

Se vogliamo che l’arte e la cultura siano viste e vissute dalla cittadinanza nel modo più stimolante e proficuo possibile, dobbiamo cominciare, primi noi “del mestiere” a guardarci e a dialogare, credendo noi per primi fino in fondo in quel ruolo e nella possibilità di giocarlo insieme.

Alla politica il dovere di ascoltarci e di fare le scelte più giuste e lungimiranti.

Buona fortuna a tutti!

 

Antonio Giacometti

(Direttore dell’Istituto Superiore di Studi Musicali “Vecchi-Tonelli” di Modena e Carpi)

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