INTERVISTA A TOMASO MONTANARI di Ivano Gorzanelli

MontanariD: Il suo testo si interroga sul rapporto con la politica e sembra cercare un dialogo, una tensione, tra il mondo della critica e la politica. Cosa ci può dire di questa tensione? Che ambizioni ha il suo “Istruzioni per l’uso del futuro” in questo senso?

R: Il mio testo interroga volutamente la polis e il mondo politico alla ricerca di interlocutori. Verrà anche discusso con quella parte della politica che ha interesse a mantenere viva una discussione sui beni artistici e culturali e sul significato che questi dovrebbero avere per la cittadinanza. Il testo si apre con una citazione da Max Weber che richiama al dovere del “nostro lavoro” e dell’impegno che ognuno di noi deve mettere nel cercare di risollevarsi da questa situazione. Contro l’idea che basti aspettare nuovi profeti, è ora invece di lavorare e impegnarsi direttamente. È importante costruire quei “gradini intermedi”, quelle “cinghie di trasmissione”, dove la critica accademica e la politica, lo storico dell’arte e il politico, possano di nuovo incontrarsi e dialogare. È un punto di vista non nostalgico in cerca di una nuova comunicazione tra politica e cultura.

Volendo proseguire su questa linea si arriva al tema, ampiamente discusso in passato, dell’eutanasia della critica e del ruolo del critico o di colui che ha il compito istituzionale di trasmettere e divulgare la cultura. Il suo testo riflette criticamente sul ruolo dello storico dell’arte esprimendo poi riserve sulle stesse istituzioni quali le sovrintendenze. Vorremmo capire il suo punto di vista su questi temi.

La domanda che ci dovremmo porre costantemente è appunto “a cosa servono queste cose?” Esiste, anche in coloro che fanno il mestiere dello storico o del critico dell’arte in modo serio, un sostanziale tradimento della propria funzione e del proprio ruolo nella società. Si dovrebbe sempre ricordare il perché si è stati chiamati a ricoprire quel ruolo, cosa significa in termini civili e politici studiare e insegnare la storia e il valore del patrimonio artistico culturale italiano. Un’immagine adatta è quella del circolo: insegnare un “sapere critico rielaborato” e trasmettere questo sapere alle persone, agli studenti e alla cittadinanza intera significa appunto rispondere del ruolo e della specificità della critica artistica, ma anche sapere e aver coscienza del perché la Repubblica Italiana ha espressamente voluto che persone qualificate e preparate insegnassero alle nuove generazioni il significato e la storia della nostra tradizione culturale. Deve quindi esistere un circolo virtuoso tra musei, siti documentari e ricerca che permetta di evitare il tradimento della funzione stessa dello storico dell’arte.

Come vede il rapporto tra cultura e turismo?

In molti casi questo rapporto è distruttivo e negativo. Il turismo di massa, sul modello di Venezia, Firenze o San Geminiano ha indubbiamente effetti negativi per tutti i soggetti coinvolti. In primo luogo usura, quando non danneggia, il patrimonio stesso delle città e dei siti archeologici, reca disagi ai cittadini residenti nelle città d’arte che spesso decidono di emigrare col conseguente impoverimento dei tessuti urbani e calo della popolazione e infine lascia più poveri gli stessi turisti che, ignari dei contenuti e delle peculiarità storiche e culturali di luoghi visitati, ne escono non più ricchi e civili, ma al contrario meno ricchi, meno civili e meno capaci di riconoscere la bellezza e l’importanza del patrimonio. Esistono anche esempi positivi, quali Matera, dove si sta tentando di dare un’impostazione diversa al rapporto con i turisti, coinvolgendo ragazzi giovani, storici e cittadini nella stessa valorizzazione artistico culturale del patrimonio e cercando di costruire un modello alternativo di “cittadinanza culturale”. In sintesi si può dire che quando le politiche messe in campo nei confronti del patrimonio artistico funzionano per i cittadini allora funzionano anche per i turisti riuscendo a trasmettere a questi ultimi un’idea ampia di valore e condivisione culturale.

Ora, potrebbe provare ad offrirci alcune proposte che possano nel concreto invertire la tendenza negativa che lei stesso individua nel suo ultimo lavoro?

In primo luogo è necessario da parte dello Stato Italiano un’inversione di tendenza a livello di stanziamenti economici. Si dovrebbe tornare almeno ai dati del 2008 e almeno alla media europea, ovvero un contributo pari al 2,2% del pil del paese (contro l’attuale 1,1%) destinato alla tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio artistico culturale. Ciò significherebbe assunzione di figure qualificate e operatori che oggi mancano. Esiste un tabù della spesa pubblica nell’attuale discussione pubblica su questi temi. Va sfatato e invertita la tendenza.

In secondo luogo si potrebbero creare delle cooperative della conoscenza gestite da giovani storici dell’arte capaci di valorizzare, aprire e rendere fruibili i tantissimi siti di medie dimensioni sparsi per il nostro Paese. L’Italia non è solo Firenze o Pompei, ma anche una miriade di siti di indubbio valore di piccole dimensioni che andrebbero valorizzati. Lo storico dell’arte ha un grande vantaggio: poter mostrare e far vivere direttamente l’esperienza della propria materia di studio. Serve uno sforzo per immaginare nuovi modi di governare il patrimonio.

Servono poi una nuova organizzazione delle stesse sovrintendenze. Non tre sovrintendenze: storico, artistico e archeologiche, meglio una sola con maggiore efficienza e capacità organizzative.

Infine sarebbe utile incentivare un mecenatismo diffuso come avviene in altri paesi (Francia e Inghilterra, ma non solo) dove ai cittadini si chiede, oltre al consueto contributo fiscale anche uno sforzo per la tutela e valorizzazione dei singoli siti, edifici di pregio o ambienti. Un sistema che eviti la logica dello sponsor e anche quella dei ricchi signori del FAI, ma che invece promuova una consapevolezza diffusa dell’importanza dei luoghi d’arte in Italia. Per concludere potremmo dire che la cultura serve alla nostra civiltà, alla nostra umanità come l’esercizio finisco serve al nostro corpo per rimanere in forma. Frequentare, respirare e promuovere cultura significa civilizzarsi, rendersi più umani ogni giorno.

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