LA CULTURA SI MANGIA. Intervista a Pietro Greco di Ivano Gorzanelli

GrecoLa prima domanda che vorrei porle a partire dal suo libro La cultura si mangia è: siete in cerca di una nuova cultura o di una nuova economia?

In realtà siamo alla ricerca di un nuova economia per l’Italia. A livello mondiale si sta affermando una nuova forma economica, si tratta di una svolta epocale. Riassumendo si può affermare che sono esistite almeno due svolte fondamentali nella nostra storia; la prima all’incirca diecimila anni fa quando si affermò la coltivazione dei campi e l’allevamento degli animali che sostituì l’economia fatta di raccolta e caccia; da questa rivoluzione sono derivati alcuni cambiamenti fondamentali quali la divisione del lavoro, la nascita dell’alfabeto, la nascita delle città e soprattutto un deciso cambiamento demografico che portò la popolazione mondiale a passare da circa 10 milioni di abitanti fino agli oltre 300 milioni di abitanti in epoca romana.

La seconda rivoluzione è naturalmente quella industriale avvenuta circa due secoli fa o poco piu. Si tratta della rivoluzione che ha sviluppato maggiormente il pil pro capite, che ha aumentato la ricchezza a livello mondiale e che ha allungato la vita media di parecchi anni. Se in età pre agricola questa era di circa 25 anni, in epoca industriale era di circa 35-40 anni, mentre oggi a livello planetario è oltre i 65 anni.

Noi siamo convinti di essere nel mezzo di una nuova rivoluzione che ormai da anni sta dando i propri frutti sulla scena mondiale, si fatta della rivoluzione della conoscenza e di una nuova economia della conoscenza. Se prima si trattava di mettere al centro produzione e costo del lavoro per comprendere valore e spesso significato delle merci, ora il costo è determinato sempre più spesso non dalla materia prima o costo del lavoro, ma dalla conoscenza. Circa un 30% del valore nella moderna produzione è rappresentato da conoscenza aggiunta.

Diversi studi hanno approfondito e valorizzato il contributo dell’economia della conoscenza stimando un valore per le aree educazione e formazione di un altro 10 o 12%, mentre l’industria culturale creativa si attesta ad un 15%. Tradotto, si può affermare che oltre il 50% del valore economico a livello mondiale è direttamente collegato all’economia della conoscenza.

Se immaginiamo un triangolo potremmo collocare ai tre angoli: l’innovazione tecnologica e lo sviluppo, la formazione e l’educazione e infine la cultura creativa.

Chiaramente quella di cui stiamo parlando è una rivoluzione con forti squilibri, diseguaglianze e contraddizioni; si tratta di governare questo enorme cambiamento, di dargli una direzione. Il nostro Paese ha mancato questo appuntamento, non ha preso atto dei cambiamenti fondamentali che stanno avvenendo. Basti dire che noi investiamo in ricerca e sviluppo meno della metà della media mondiale.

Leggendo il vostro contributo si ha l’impressione che vi sia presente anche una lettura della stessa storia di questo Paese, ovvero di come siano state sprecate opportunità che sembravano alla nostra portata, chiuse strade che avevamo intrapreso con successo, fatte scelte politiche che hanno tarpato le ali a un’alternativa possibile. Mi sbaglio?

No, non era scontato che andasse così. Una volta la flessibilità produttiva era una buona risposta a quella che si chiamava congiuntura, mentre oggi la situazione è completamente cambiata. Negli anni 50 e 60 il nostro Paese aveva una struttura industriale che poteva porsi all’apice dell’economia della conoscenza. Basti pensare a Olivetti, al lavoro tecnologico e di ricerca che portò all’invenzione del primo computer a transistor, lavoro che fu puntualmente svilito e soppresso da Valletta e dal sistema bancario che considerava la divisione elettronica dell’Olivetti un “cancro da estirpare”, oppure alla ricerca aereo-spaziale italiana che a tutt’oggi mantiene una certa capacità e qualità, ma che negli anni 50 era un fiore all’occhiello della ricerca. Anche la ricerca farmaceutica italiana era di altissimo livello. Non mancavano figure quali Felice Ippolito che aveva pensato ad un ciclo combinato tutto italiano per l’energia nucleare, idea poi abbandonata per comprare chiavi in mano centrali dagli americani. Si può, come è stato poi effettivamente fatto, parlare di un “miracolo scippato” (Marco Vivato). Eravamo il paese del miracolo economico, ma non lo siamo più. La stessa cosa è successa nel risorgimento italiano da parte di alcuni settori della società italiana.

Ora, quando l’Italia ha avuto successo? Quando sia è praticato una modello di economia senza ricerca basata sulla periodica svalutazione della lira che ci ha portato ad essere il secondo Paese per crescita nel dopoguerra dopo il Giappone a livello mondiale. Un’economia fatta di poca ricerca, innovazione e conoscenza, centrata su un costo del lavoro basso e una produzione a scarso contenuto tecnologico. Tra la fine degli anni 80 e inizio anni 90 questo modello è progressivamente crollato grazie alla fine delle svalutazioni monetarie e alla conseguente introduzione dell’euro. In quegli anni le classi dirigenti  di molti paese europei e non solo  si sono dotati di piani di sviluppo e ricerca fondati sull’economia della conoscenza, questo non è avvenuto in Italia e dobbiamo capire perché. Resta il fatto che questa mancata scelta coincide con una fase di profondo declino della nostra economia.

La quasi totalità dei settori produttivi italiani, la capacità di trasformare la nostra cultura in economia, sono in declino. In molti settori, dal design, alla moda, all’innovazione meccanica e tecnica, soffrono e non riescono a reggere il confronto sul piano internazionale. Solo l’enogastronomia in questi anni ha maturato conoscenza, consapevolezza e raggiunto traguardi importanti.

Quali le possibile soluzioni a questo declino, come possiamo trasformare quello che sembra un destino ineluttabile?

Serve invertire la tendenza e cambiare la specializzazione produttiva di questo paese investendo nell’economia della conoscenza. Ora, chi deve fare la prima mossa?

A nostro parere contro il pensiero unico neoliberista di questo Paese da oltre vent’anni, è lo Stato che deve fare la prima mossa.  Dobbiamo ricordare la politica di Vannevar Bush e la potente influenza che questo ingegnere esercitò sul governo egli Stati Uniti teorizzando la necessità che lo Stato, e non il mercato, guidassero la ricerca di un specializzazione produttiva utile alla comunità. Bush sostenne la necessità che le istituzioni pubbliche dovessero selezionare per meriti e capacità le migliori menti americane garantendo il massimo accesso alla ricerca e allo studio indipendentemente da classe sociale e origine. Egli sostenne l’importanza della ricerca di base come elemento decisivo per produrre idee senza una diretta finalità commerciale o industriale. Pur mantenendo un impianto in larga parte privato il sistema americano concepito nel dopoguerra non è risultato privatistico.

Le possibili soluzioni alla crisi profonda che l’Italia sta attraversando stanno in queste politiche:

1) nuovi investimenti statali in ricerca e sviluppo, favorendo la creazione di nuova conoscenza scientifica basandosi sul merito come criterio di efficienza e equità.

2) un grande progetto educativo che investa nelle Università e nel sapere. Dobbiamo aumentare il numero di laureati e specializzati in ogni ambito soprattutto scientifico per poter competere a livello internazionale.

3) dobbiamo poi favorire la nascita di un’industria creativa capace di sviluppare idee e contenuti innovativi. Per fare questo lo Stato stesso deve chiedere maggiore qualità e tecnologia, deve trasformarsi in un committente di tecnologia e innovazione richiedendo con ciò investimenti in ricerca e sviluppo.

4) stanziare fondi nell’ordine di 5 miliardi l’anno per dieci anni per poter finanziare idee e progetti in ogni regione italiana per aprire 1000 nuove imprese all’anno dotate tutte di un budget iniziale. Molte di queste iniziative non troveranno uno sbocco immediato e molte altre non riusciranno a  decollare, ma una parte si e consoliderà la propria posizione creando una nuova classe imprenditoriale italiana capace di concorrere sui mercati nei settori dove oggi l’Italia è assente o debole.

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